IL GOVERNO TAGLIA IL SALARIO ACCESSORIO PER FINANZIARE I CONTRATTI? VERGOGNA!

IL GOVERNO TAGLIA IL SALARIO ACCESSORIO

PER FINANZIARE I CONTRATTI?

VERGOGNA!

Questa è la domanda più frequente dopo la storica decisione della Corte costituzionale del 23 giugno.

In molti nei giorni successivi a tale data si sono premurati di eseguire dei calcoli per determinare il costo di un rinnovo contrattuale per i dipendenti pubblici, esercizio nel quale ci impegneremo anche noi al momento della stesura della piattaforma contrattuale; già da adesso guardando le cifre che circolano possiamo affermare che siamo distanti dal dovuto soprattutto se permane la tesi del taglio ai Fondi unici di amministrazione.

L’unico che invece non sembra per nulla intenzionato a fare calcoli in merito è il Governo; di più, per il tramite della Ragioneria Generale dello Stato, vengono reiterate e fornite alle altre amministrazioni istruzioni per ridurre sempre più le già esigue risorse destinate alla contrattazione integrativa.

A partire dal 2008 siamo stati sommersi dalle Circolari della RGS, buon ultima la Circolare n. 20 che, forzando ancora una volta il dettato normativo, impone modalità operative, astruse e incomprensibili nella scrittura, ai fini del taglio che ogni singola amministrazione dovrà effettuare sulle risorse destinate al salario accessorio.

Nel frattempo stiamo assistendo all’ignominiosa operazione nell’ambito del DDL per l’assestamento del bilancio dello Stato, per il cui tramite, su disposizione del Ministro dell’economia, tutte le amministrazioni e la contrattazione integrativa verranno private di una parte delle risorse economiche che annualmente sono destinate ai Fondi unici di amministrazione per il salario di produttività. Soldi che si riferiscono alla gestione dell’anno precedente e che solo per ragioni tecniche di bilancio si determinano nel secondo semestre dell’anno corrente e si attribuiscono alle singole amministrazioni con lo strumento della legge di assestamento del bilancio. Se fosse confermato, sarebbe un vero scippo da strada da parte del governo ai lavoratori dello Stato.

Dall’ultimo rinnovo contrattuale sono trascorsi sei anni; anni in cui i dipendenti pubblici, oltre al blocco delle dinamiche stipendiali, hanno dovuto subire, con una sequela di norme restrittive, una decurtazione sempre maggiore del salario accessorio, vedendosi quindi ridotte le retribuzioni reali.

I tagli imposte dalle norme, con l’aggravante delle interpretazioni della RGS, sono intervenuti, fra l’altro, su risorse economiche che i CCNL avevano destinato alla contrattazione integrativa anziché incrementare gli stipendi individuali.

Di seguito le principali norme intervenute a ridurre la quota parte di retribuzione riferente al salario accessorio:

       Legge n. 266/2005, art. 1 c. 189

       Dl n. 112/2008, art. 67

       Dl n. 78/2010, art. 9 commi 1 e 2-bis

       Legge n. 147/2013, art. 1 comma 456;

norme che di proroga in proroga hanno portato il limite alla scadenza dell’anno 2014 e, non soddisfatti, imporrebbero una decurtazione permanente a partire dal 2015 delle riduzioni temporanee effettuate negli anni precedenti.

Quest’insieme di norme, e le innumerevoli circolari della RGS ancora più restrittive delle stesse norme, hanno sottratto quanto i CCNL (firmati anche dal governo) avevano riconosciuto a partire dal 1994. Va ricordato al Presidente del Consiglio, Sig. Matteo Renzi, che i CCNL sono stati firmati anche dai governi –e non solo dai sindacati- e non si fa bella figura a rimangiarsi la parola e gli impegni assunti. Si fa la figura dei poco seri, dei pinocchi. Forse questo governo si dimentica il principio “pacta sunt servanda”: gli accordi devono essere rispettati. Ma noi siamo qui per ricordarglielo.

I CCNL, ad ogni tornata contrattuale, hanno stornato in modo strutturale a favore della contrattazione integrativa una quota parte degli incrementi medi delle retribuzioni anziché destinarli per intero all’incremento degli stipendi, al fine di valorizzare particolari posizioni lavorative e la produttività; con le norme sopra richiamate, i Governi che si sono succeduti hanno decurtato le risorse della contrattazione integrativa togliendo quindi soldi che erano già dei lavoratori.

Un processo di “integrazione” di risorse a disposizione della contrattazione integrativa con l’obiettivo di valorizzarne la sua funzione e incrementare la produttività individuale e collettiva, cosa che si è dimostrata ancor più importante in una fase di riduzione del personale e di blocco del turn-over.

Contrariamente a qualsiasi logica invece, i Governi hanno deciso di tagliare i Fondi unici di amministrazione, il che ha significato per i lavoratori “più lavoro con meno retribuzione” anche in contrasto con una consolidata giurisprudenza.

Gli effetti sono stati tangibili per i lavoratori che hanno subito, oltre gli effetti del blocco contrattuale, una perdita media annuale di salario accessorio prossima ai mille euro.

Questo è il prima, segnato da atti unilaterali dei Governi che hanno negato il ruolo del Sindacato e che hanno imposto blocchi contrattuali e tagli alle retribuzioni.

C’è però un dopo, segnato dalla sentenza del 23 giugno 2015 con la quale la Corte costituzionale ha affermato due principi fondamentali:

  1. Il ruolo del Sindacato
  2. La temporaneità dei provvedimenti

Per il primo aspetto significa che non possono più esserci atti unilaterali, per il secondo si impone il superamento del blocco, ipotizzato fino al 2018, e l’apertura dei tavoli negoziali per il rinnovo dei contratti collettivi nazionali di lavoro di tutto il mondo del lavoro pubblico.

Siamo orgogliosi del nostro lavoro e del risultato, poiché è grazie alla nostra iniziativa e al nostro ricorso che oggi tutto il mondo sindacale può avanzare la pretesa di un tavolo negoziale; ma lo siamo ancora di più perché così i lavoratori pubblici potranno vedere una crescita dei loro stipendi. Dello stipendio come diritto, non come regalia.

La sentenza della Corte costituzionale si è limitata all’ambito istituzionale di legittimità e ad un ambito temporale in merito alla valenza della sua decisione.

Da ciò ne sarebbe dovuto derivare un immediato impegno del Governo, tramite l’Aran, a convocare il tavolo negoziale per i rinnovi contrattuali e l’emanazione di provvedimenti, anche amministrativi, per superare tutte quelle previsioni che impongono limiti e tagli strutturali alle risorse destinate ai Fondi unici di amministrazione e alla contrattazione integrativa.

È nostra opinione che la sentenza della Corte costituzionale abbia un respiro più ampio del solo superamento del blocco contrattuale e, indirettamente, si può sostenere che, ad esempio, l’ultima parte dell’articolo 9, c. 2-bis, del Dl 78/2010 sia investito dalla “ratio” della sentenza; quindi, preso atto e passi la temporaneità dei limiti imposti ai Fondi unici di amministrazione, non può e non deve esserci una “strutturalità” dei tagli ai FUA così come vorrebbe la RGS con la Circolare n. 20/2015.

Per ottenere il rinnovo del Contratto siamo intervenuti con spirito di iniziativa e con determinazione, nel più assoluto silenzio e inerzia delle altre organizzazioni sindacali, e la Corte ci ha dato ragione; con altrettanta determinazione non ci fermeremo di fronte ad altri ostacoli.

Non può essere consentito, e non lo consentiremo anche ricorrendo ad una nuova azione giurisdizionale, che il rinnovo del Contratto sia finanziato con i soldi sottratti ai lavoratori attraverso il taglio dei Fondi unici di amministrazione perpetrato nel tempo e confermato dalla Circolare n. 20 della RGS e con un ulteriore taglio che potrebbe essere effettuato dal governo con il Ddl per l’assestamento di bilancio.

Cordialità e saluti a tutti Voi.

Il Segretario Generale
Massimo Battaglia

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