Italia Oggi – Confsal-Unsa: giù le mani da tredicesime e Tfr

articolo su Italia Oggi del 31.08.2011

Il segretario generale della Federazione Confsal Unsa valuta il decreto e propone alcune rettifiche

Giu’ le mani dal TFR



 

Segretario, come valuta questa manovra di agosto?

Guardi, il fatto stesso che a distanza di poche settimane si susseguono operazioni di assestamento della finanza pubblica di proporzioni gigantesche non può che preoccupare circa lo stato generale del nostro Paese. È vero che la crisi è internazionale, ma i problemi che stiamo scontando sono tutti italiani e continuiamo a portarceli dietro da decenni. Ora va imboccata la strada delle riforme strutturali per permettere a tutto il sistema paese, costituito da imprese e lavoratori pubblici e privati, di rilanciarsi e assicurare alla collettività una nuova fase di sviluppo.

Qual è l’impatto di questa manovra sui dipendenti dei ministeri, che la sua O.S. rappresenta?

Questo intervento correttivo del Governo non riguarda specificatamente la pubblica amministrazione. Del resto già nel recente passato sono state adottate norme estremamente penalizzanti per tutto il pubblico impiego. Il principio dell’intangibilità del salario è confermato. Certo, questo è il minimo degli obiettivi per cui lottiamo, ma va detto che non è neanche poco se si valuta la tempesta in cui stiamo.

Ci sono comunque delle norme che riguardano direttamente i dipendenti delle P.A., come quella sul differimento in 3 rate della tredicesima mensilità. Cosa ne pensa?

Stiamo lavorando affinché questa norma venga eliminata in fase di conversione in Legge. È una norma profondamente ingiusta e che a mio avviso ha palesi elementi di incostituzionalità. Si figuri che viene previsto un danno patrimoniale per i dipendenti (il differimento della tredicesima) nel caso in cui i loro dirigenti non raggiungano i risultati di contenimento della spesa dei ministeri. Siamo al limite dell’assurdo: se un dirigente non contiene la spesa pubblica ci rimettono i dipendenti.

Cosa ne pensa del differimento del TFR?

È una misura preoccupante, forse più di altre. È la cartina di tornasole che dimostra in tutta evidenza come il potere politico ha l’urgenza di trovare fondi, anche differendo le uscite di cassa, ma senza avere la capacità di realizzare una riforma strutturale e duratura del sistema paese. Ci stiamo impegnando affinché questa ulteriore limitazione dei diritti patrimoniali dei dipendenti pubblici venga stralciata. Davanti ad un’evasione e ad un’elusione fiscale che annualmente superano danni erariali per oltre 120 miliardi di euro, davvero si pensa di far cassa con il differimento del Tfr per le pensioni di anzianità? Mi sembra come sparare su una formica invece di mirare all’elefante.

I lavoratori dovranno anche rinunciare anche a feste, come il 1 maggio, 25 aprile e 2 giugno, dall’alto valore storico e simbolico per la nostra comunità.

Non è proprio così. Il D.L. 138/11 prevede che sarà un decreto del presidente del consiglio a stabilire come ogni anno si celebreranno queste feste. Potranno essere accorpate al venerdì o al lunedì, così da evitare i “ponti lunghi” che penalizzano la produttività. La norma però assegna a tale DPCM anche la facoltà di accorpare queste feste alla domenica; ci batteremo per evitare che questa previsione non si traduca in una grande presa in giro per i lavoratori con 2 o 3 feste che alla fine saranno accorpate proprio alla domenica.

La manovra tocca anche il tema della mobilità del personale. Quale è la sua opinione al riguardo?

Riguardo alla mobilità la nostra posizione è sempre stata chiara e si basa sul principio di volontarietà. Respingiamo al mittente ogni tentativo di orchestrare processi di mobilità del personale che si traducono in spostamenti coattivi. Ricordiamoci che non stiamo parlando di spostare un computer o di spedire un pacco postale, ma delle vite dei lavoratori a cui sono intrecciate le vite dei loro famigliari. È necessario che il governo faccia dei passi indietro rispetto ai modi in cui sta gestendo la materia della mobilità, dato che in più occasioni, come ad esempio nella stessa manovra di giugno, ha puntato a rafforzare i poteri datoriali e unilaterali della P.A. nel prevedere spostamenti di personale a discapito dei processi negoziali con le forze sociali. Il distaccamento dalla realtà della classe politica appare evidente allorquando si prevede che questa mobilità forzata si dovrà realizzare senza ulteriori oneri a carico della finanza pubblica, il che significa che un lavoratore, con lo stipendio medio di 1.200 euro, si dovrebbe sobbarcare in prima persona del costo di trasferimento verso la nuova sede di servizio nell’ambito regionale, che potrà tradursi in spostamenti fino a 150/200km giornalieri da fare in treno o in automobile. Ma ci rendiamo conto? Neanche i liberi professionisti, che hanno un altro livello di reddito, fanno una vita del genere.

Comunque di positivo va segnalato che nella manovra di agosto ci sono delle norme che mirano al contenimento dei costi della politica.

Finalmente. Dopo aver colpito in questi anni i lavoratori del pubblico impiego, non si capiva perché quella categoria sui generis del pubblico impiego che di fatto è la classe politica, venisse sempre risparmiata dalla scure dei tagli. Per anni sono stati chiesti sacrifici ai lavoratori, mentre si arriva con grande ritardo ad intervenire sulla spesa collegata alla classe politica. Eppure le norme della manovra di agosto, mi creda, toccano solo la punta di un iceberg che è gigantesco. Lo ripeterò in continuazione: bisogna rendersi conto che riguardo ai costi della politica il problema non è né relativo al numero dei parlamentari né al loro stipendio. Intervenire su questi numeri significa fornire specchietti per le allodole. La malattia che affligge il nostro paese è la tendenza alla moltiplicazione delle poltrone. E’ necessario smantellare tutto il sistema reticolare attraverso cui, con questo numero infinito di poltrone, la classe politica si autoalimenta e sottrae risorse vitali e utili anche a finanziare la spesa sociale. Bene quindi la previsione della soppressione di enti piccoli e inutili e dell’accorpamento di funzioni tra enti locali. Ma bisogna andare oltre. La scelta di una modifica costituzionale per l’abolizione di tutte le province è ottima, sempre che si realizzi davvero e in tempi brevi. Mi auguro però che più avanti non si realizzi un’alleanza tra le tendenze localistiche/campanilistiche e la “logica della poltrona”, tipica della nostra classe politica, capace di impedire la reale cancellazione di questi enti intermedi e costosi.

Se durante l’iter parlamentare di conversione del Decreto legge le vostre proposte non saranno recepite, quali ripercussioni ci potranno essere dal punto di vista politico e sindacale?

È evidente che se il Governo non modificherà alcuni punti della manovra da noi ritenuti fondamentali, e mi riferisco in particolar modo proprio ai temi fin qui affrontati, cioè la rateizzazione della tredicesima, il differimento del TFR e la mobilità regionale, la Federazione Confsal-Unsa valuterà in tempi brevi, unitamente con la Confsal, le forme di mobilitazione necessarie a sostegno delle proprie rivendicazioni, utilizzando tutti gli strumenti a disposizione.

Ma è chiaro che la nostra azione non si limita a verificare l’iter delle misure di questa manovra di agosto poiché essa ha un impatto sui dipendenti ministeriali che è piuttosto limitato rispetto ad altre e ben più deleterie previsioni già in vigore. Il nostro impegno pertanto è all’insegna della continuità rispetto a luglio. Noi non dimentichiamo le disposizioni che bloccano gli adeguamenti stipendiali, quelle che intervengono sul salario accessorio, quelle che allungano la tempistica dell’accesso al pensionamento, quelle altre che bloccano il turn over congelando una Pa che necessita invece di rinnovamento. Per questo la Confsal-Unsa continua a realizzare un’azione a tutto tondo, basata su una concezione di una Pa moderna e dinamica, il cui personale venga trattato non come riserva economica su cui far cassa, ma come risorsa necessaria al rilancio produttivo del sistema paese.

Quindi prosegue la battaglia per sbloccare il turn over?

Ma certamente. Guardi, la gestione del personale dei ministeri è paradigmatica di come si intende la macchina pubblica. Contrarre a dismisura gli organici, senza prevedere un adeguato ricambio generazionale sta provocando una crisi sistemica che immobilizza tutta la macchina amministrativa dello stato, a tutto svantaggio delle stesse imprese che si interfacciano con la Pa. La Pubblica amministrazione, lungi dall’essere un coacervo inestricabile di inefficienza, è invece un bacino immenso di opportunità per il sistema paese. Da una ricerca McKinsey risulta che la produttività del pubblico nei paesi Ocse può aumentare fino al 20% con l’utilizzo dell’informatica. Stiamo parlando di un controvalore di 150/300 miliardi di euro a seconda dei paesi. Ma per raggiungere questo risultato non c’è bisogno solo di computer, ma di personale giovane capace di trarre dallo strumento informatico tutte quelle opportunità che esso è capace di offrire.

Poco fa ha parlato delle ripercussioni sul piano dei rapporti politico-sindacali che ci potrebbero essere nel caso di mancate correzioni della manovra in sede di conversione del decreto legge in legge. Tra queste, possiamo contemplare anche l’ipotesi di sciopero, del resto già proclamato dalla Cgil?

Lo sciopero della Cgil, proclamato in questo momento, appare inopportuno sia nei tempi che nei modi. Tutte le OO.SS. stanno ancora valutando l’iter della manovra e stanno cercando di utilizzare gli spazi di manovra politici che sempre esistono nella fase della conversione di un decreto legge in legge. Proclamare uno sciopero prima dell’adozione di un testo definitivo della legge significa esprimere una logica antitetica a priori, perdendo le opportunità di svolgere quel ruolo di forza sociale e di mediazione che un sindacato dovrebbe esercitare fino in fondo. Inoltre, qual è l’effetto pratico di questa dichiarazione di sciopero? Solo quello di impoverire i lavoratori che vi parteciperanno. E non è un caso che sempre meno lavoratori stanno aderendo a questo metodo di lotta. L’unità sindacale è un bene, ma chi è fuori dal coro, da tanto tempo, non dovrebbe chiedersi se sta sbagliando approccio invece di erigersi a ideologico paladino della verità?

Continueremo pertanto la nostra mobilitazione con gli strumenti in cui ci riconosciamo per cultura sindacale: attivismo nel territorio, presenza nei tavoli politici, controproposte tecniche.

Lascia un commento

Torna su