Decreto IRPEF: Intervento del Senatore Aldo Di Biagio in Aula al Senato

Discussione generale

Dl irpef

Aldo Di Biagio

Signor Presidente, onorevoli colleghi,

il provvedimento in esame rappresenta a mio avviso uno dei più importanti banchi di prova del governo e della maggioranza nello scenario post elettorale.

Si tratta infatti di un provvedimento carico di aspettative, e sicuramente ambizioso.

Ma allo stesso tempo caratterizzato da una molteplicità di questioni che sembrano essere affrontate in maniera non risolutiva.

Come se si attendessero tempi maturi, per affrontare ogni cosa a suo tempo.

E le recenti dichiarazioni del viceministro Morando in merito all’esigenza di rimandare le ipotesi di ampliamento di alcune delle misure alla legge di stabilità per il 2015, si colloca esattamente in questa direzione.

Come ho già avuto modo di sottolineare in diverse occasioni, i grossi cambiamenti strutturali non possono avvenire in poche battute o con un unico decreto legge.

C’è bisogno, sempre e comunque, di un approfondimento e di una sorta di road map normativa.

Che consenta sia di valutare le disponibilità finanziarie del paese, sia di individuare le singole categorie destinatarie delle misure.

Questa è – a mio parere – una sorta di razionalità governativa che non possiamo però permettere di tramutare in “leggerezza operativa”.

La metafora di questa sottile linea di demarcazione va ricercata proprio nell’entità e nella rilevanza delle proposte rimandate in sede di discussione.

Faccio riferimento in particolare all’ampliamento del cosiddetto bonus di 80 euro alle famiglie monoreddito, e all’ampliamento delle detrazioni Irap ad imprese ed autonomi.

Misure certamente onerose, ma che andrebbero di fatto a colmare un vulnus, creato dallo stesso decreto.

Che ha, nei fatti, lasciato fuori alla porta una platea piuttosto cospicua di famiglie e di imprese, limitandone i parametri per accedere alle misure agevolate.

Il mio non vuole essere un monito. Piuttosto un invito alla riflessione.

Il coraggio mostrato da questo Governo è evidente.

E molto probabilmente questo decreto omnibus ne rappresenta una delle testimonianze più evidenti.

Il Paese ha ben compreso la volontà e la responsabilità di questo governo, e della maggioranza che lo sostiene, e sta a guardare in maniera fiduciosa.

Per questo parlavo di “banco di prova”.

E per questo l’invito ad avere ancora più coraggio assume un significato più forte.

Senza che si ritorni alle solite imbrigliature finanziarie, ed i veti del bilancio, tanto in voga durante il governo tecnico.

Ma nel contempo, senza che si approdi ad interventi dannosi pur di racimolare quelle risorse necessarie per finanziare le misure cardini del decreto.

Voglio ricordare, a titolo di esempio, il portato dell’articolo 22 comma 1 di questo provvedimento che disponeva originariamente che a tutte le entrate derivanti dalla produzione di energia rinnovabile, venisse applicata un coefficiente di redditività pari al 25%.

Questa misura comprometteva non soltanto la produzione di energia da fonte rinnovabile, ma metteva in ginocchio un intero comparto.

Si è dovuto attendere le proteste degli imprenditori e delle associazioni di categoria per modificare la norma.

Infatti la proposta approvata in queste ore, a mio parere rappresenta una soluzione a metà, ma è pur sempre la prova che si possono rintracciare insieme soluzioni alternative atte a compensare le misure ambiziose e nel contempo evitare di deprimere i comparti produttivi.

In questa prospettiva si inserisce anche l’incremento dal 1° luglio 2014 dell’ aliquota applicabile alla tassazione delle rendite finanziarie (incrementate dal 20 al 26 %).

Una misura che riguarderà esclusivamente piccoli risparmiatori e non anche coloro che hanno o cedono partecipazioni qualificate.

Malgrado i tentativi di rimodulazione della proposta durante la discussione nelle commissioni, non è stato possibile modificare questa iniqua norma che ci auguriamo possa essere modificata entro questo mese.

Una medesima riflessione può essere fatta a proposito delle misure che sono state accolte sul versante dei servizi consolari ai cittadini, in particolare per quanto attiene il contributo amministrativo per il rilascio del passaporto ordinario e l’incremento dell’onere per il riconoscimento della cittadinanza italiana.

Nulla questio sull’opportunità e sull’esigenza di procedere ad una semplificazione della normativa in materia.

Ma ritengo che un versante tanto complesso come quello afferente alla gestione dei servizi ai cittadini, in particolare di quelli residenti all’estero, meriti di essere approfondito in un provvedimento ad hoc.

Soprattutto se si tiene conto dello scenario delicato caratterizzato dalla riorganizzazione della rete consolare e da un significativo malumore dei nostri connazionali oltre confine.

Vale la pena evidenziare la sussistenza anche di nostre proposte sul versante, ad esempio, della configurazione operativa dei lavoratori a contratto della nostra rete estera, argomento a cui alcuni emendamenti approvati fanno riferimento.

Ma ritengo che questo comparto meriti di essere affrontato in maniera adeguata.

Senza legittimare dei vuoti normativi che – chi conosce bene la materia – sa che sono già abbondanti.

Con questo voglio soltanto sottolineare che l’esigenza di approdare in tempi rapidi alle tanto attese misure non può condurre a delle leggerezze normative capaci di amplificare malesseri e problematiche di settore.

A conferma del fatto che si poteva fare diversamente, vale la pena ricordare l’articolo 20 comma 1 che dispone una riduzione dei costi operativi delle società partecipate in misura non inferiore al 2,5 per cento per il 2014 e al 4 per cento per il 2015.

Su questo fronte, l’affaire Rai si è concluso con l’esclusione di questa dai suddetti tagli.

Un dietrofront clamoroso a cui si è giunti grazie ad importanti e virtuose operazioni lobbistiche.

Su queste cose dovevamo osare di più, evitando dunque di intaccare altri settori.

Ma sappiamo bene che quando si tratta di società partecipate la priorità sembra essere quella della cautela. Ovviamente sono sarcastico.

Di contro invece, proposte come quella recata dall’articolo 8 che autorizza lo Stato a tagliare del 5% gli importi dei contratti in essere per l’acquisto o la fornitura di beni e servizi, rinegoziandoli dunque in maniera retroattiva, pecca di illegittimità.

Perché ci si trova dinanzi ad un’altra misura che – sebbene destinata a fare cassa – danneggia gravemente gli operatori economici.

Un altro punto su cui vale la pena riflettere è la mancata rilevanza data al dibattito parlamentare.

Uno dei nodi sciolti last second è stato quello relativo all’imposta Tasi, con un emendamento del governo.

Una proposta necessaria al fine di prorogare il pagamento, delineando una road map chiara e superando la confusione che regna su questo versante.

In questa direzione si collocavano molte proposte emendative depositate in commissione, tra cui anche quelle del sottoscritto, che però sono state respinte.

Infatti si è preferito bypassare il confronto parlamentare ed attendere una specifica misura del governo con qualche giorno di ritardo.

Nella prospettiva di semplificazione e di attuazione di impegni pregressi già accolti dal governo si colloca anche un’altra proposta emendativa da me sostenuta che non ha trovato seguito in sede referente.

Orientata al superamento di quella norma che dispone che qualsiasi trasferimento di denaro, proveniente da un Paese straniero e diretto verso un conto corrente italiano, debba essere sottoposto ad una ritenuta d’acconto del 20%.

La disposizione doveva entrare in vigore lo scorso  febbraio, ma il MEF ne ha sospeso fino a luglio l’entrata in vigore.

Il MEF, si è riservato la possibilità di riapplicare la ritenuta, qualora non sussistano precise indicazioni di senso opposto da parte del Governo.

Pertanto, il provvedimento attuale si configurava come l’occasione adatta per rimettere mano alla normativa e superare definitivamente un balzello medioevale in capo a migliaia di onesti lavoratori italiani all’estero.

Sicuramente la decretazione d’urgenza su provvedimenti omnibus non rappresenta una buona prassi da incoraggiare. Ma considerando che continua ad essere uno strumento privilegiato delle misure più rilevanti per il futuro del paese, allora mi permetto di sottolineare che si poteva fare di più.

E in particolare, e questo è un invito che rivolgo ai colleghi ed al Governo: bisogna evitare che alla base di alcune misure vantaggiose per una categoria, vi siano oneri per un’ altra.

Sono pienamente d’accordo sul fatto che la riforma del Paese si debba fare a step.

Ma non alimentiamo il rischio che questa rincorsa dell’emergenza acuisca difficoltà già evidenti, soprattutto quando queste riguardano famiglie, disoccupati o imprese.

E soprattutto quando queste si configurano come cessioni fatte ai singoli gruppi politici, per riequilibrare i rapporti di potere all’interno dell’aula.

A questo punto, i provvedimenti già annunciati dal Governo, come il decreto “sblocca Italia” rappresentano per noi e gli italiani una speranza, nella quale confidiamo molto.

E siamo certi che proprio in quella cornice verrà dato spazio ai nodi ancora non sciolti da questo provvedimento.

E si vorrà dare forma a quel coraggio, richiesto a gran voce dagli italiani e confermato dalle recente consultazioni elettorali.

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