ANCHE SE “FARNESINA 2015” COSÌ PARE CONSIDERARLA, L’EMIGRAZIONE ITALIANA NON E’ FATTA DI NOMADI!

5 milioni d’italiani all’estero: un potenziale economico prima scoperto, poi dimenticato,
e ora addirittura accantonato dalla Farnesina!


Prendiamo spunto dal documento di programmazione “Farnesina 2015” per accorgerci di quanto sia differente la percezione del MAE sugli italiani all’estero rispetto a quella condivisa da osservatori neutrali, da tutte le forme organizzate delle collettività italiane, sino ai Senatori e Deputati eletti nella Circoscrizione Estero, che si accingono a discutere il 5 e l’11 febbraio p.v. sulle chiusure dei Consolati annunciate dallo stesso Ministero degli Affari Esteri. 

Intanto, come negli anni ‘50, migliaia d’italiani sono costretti ogni anno a lasciare le proprie case in cerca di lavoro. Una volta si chiamavano emigranti. Oggi sono percepiti e trattati come NOMADI e nessuno sembra sentirsi competente per le loro necessità. Grande parte di essi non compare nelle statistiche dei Consolati, non per un loro netto rifiuto a regolarizzare la propria posizione anagrafica, al contrario, poiche’ i servizi istituzionali vengono negati nei fatti, essendo i 5, 6 appuntamenti giornalieri concessi dagli uffici all’estero del tutto inadeguati a raccogliere l'effettiva richiesta della nostra cittadinanza.


Il Ministero degli Affari Esteri ha mostrato col suo ultimo documento programmatico “Farnesina 2015” di avere una precisa visione della proiezione italiana nel mondo. Una visione che purtroppo sembra disconoscere ogni basilare forma di solidarietà umana, puntando solo sulla filosofia del BIG BUSINESS. Ma, purtroppo, anche in questo approccio economico la Farnesina sbaglia i conti sulle potenzialità degli italiani all’estero e pretende di fare i grandi affari col denaro ricavato dai sacrifici altrui!

“Farnesina 2015” sembra giustificare la mortificazione dei servizi ai connazionali con la necessità di aprire nuove sedi in luoghi in cui si prospettano lauti guadagni per il nostro Paese. E in questa equazione: "meno consolati per i connazionali = più introiti per il Paese", il MAE dimentica il fattore economico rappresentato proprio dai connazionali stessi. 

Grazie alle migliaia d’iscritti e simpatizzanti sparsi in tutto il mondo, la Confsal/Unsa Esteri è da anni un osservatorio attento delle aspirazioni e delle tendenze delle nostre collettività. Ed è così che, giorno dopo giorno, sul posto di lavoro e nella vita privata assistiamo alla radicale trasformazione del nostro Paese, da oggetto di attrazione e nostalgia, a fonte di preoccupazione e di ostilità nell’immaginario collettivo degli italiani che vivono oltre confine.
Per la nostra gente all’estero, fino a una diecina di anni fa, andare al consolato per un qualsiasi servizio, significava una piacevole occasione di potersi finalmente esprimere nella lingua madre, circondati da un ambiente familiare. Nel frattempo, dozzine di consolati sono state chiuse. In quelli rimasti regna un insopportabile nervosismo. L’accentramento dei servizi in strutture inadeguate rende, infatti, molto spiacevole l’accesso ai nostri Uffici all’estero. 

Il Ministero degli Affari Esteri sembra non accorgersi che, a tutt’oggi, la normativa internazionale obbliga ogni italiano all’estero, integrato o meno, a richiedere i basilari servizi statali al proprio consolato. Nel documento programmatico della Farnesina sembra piuttosto che si speculi sugli effetti del “ius soli” in sostituzione del principio del " ius sanguinis” che dovrebbe“assorbire” tutti i fastidi, ma che in realtà potrebbe dare i suoi primi risvolti pratici, specie a livello amministrativo, tra almeno vent’anni, se entrasse in vigore ancor oggi.

 

E nonostante i cittadini italiani all’estero non abbiano scelta e siano obbligati a rivolgersi alla Rete consolare per i loro basilari diritti e doveri nei confronti del proprio Stato, la risposta dei nostri amministratori continua a essere una sola: chiusura!

E fanno il giro del mondo liste di rappresentanze condannate a chiudere i battenti che ricordano tristemente il sistema della decimazione. 

Le collettività italiane all’estero, che sono molto più partecipi e vicine al destino interno dell’Italia di quanto possa credere la stessa Ministra degli Affari Esteri, Emma Bonino, peraltro anche nella loro qualità di contribuenti, accettano di buon grado, e comprendono la necessità di miglioramento della nostra proiezione all’estero, di razionalizzazione, di risparmio e di semplificazione dell’erogazione dei servizi a loro favore. 
I connazionali chiedono, tuttavia, che tali misure siano accompagnate dalla decentralizzazione dei servizi con la creazione di unità operative leggere e vicine alle collettività stesse, comprendendo la necessità di abolizione di grosse rappresentanze afflitte da gerarchie di stampo bizantino, costruite come scatole cinesi e intrise di forme burocratiche di un tempo che fu’.
 

Semplificazione, razionalizzazione, decentralizzazione. Purtroppo, però, a nessuno di questi concetti il MAE ha voluto dare sufficiente spazio nell’ultimo documento pubblicato sotto il titolo “Farnesina 2015”.

Un documento certamente importante, in cui si parla tanto di economia, ma purtroppo nemmeno una parola sul valore “economico” dei cinque milioni d’italiani residenti all’estero.

Viene spontaneo chiedersi come mai la Farnesina, invece di sfornare nuovi documenti, non attingavalutazioni e studi – già ultimati su proprio incarico – simili a quelli pubblicati dall’Osservatorio permanente di Politica Internazionale al n. 60 del mese di luglio del 2012. Ve ne offriamo uno stralcio: “L’emigrazione rappresenta un aspetto centrale della vita economica e sociale dell’Italia repubblicana fin dalla sua fondazione. Tra gli anni Settanta e l’inizio degli anni Duemila abbiamo una progressiva trasformazione dei flussi, che diventano sempre più qualificati dal punto di vista professionale e sempre più orientati alla costruzione di legami economici duraturi con l’Italia, non più limitati alle sole rimesse ma improntati alla valorizzazione del “made in Italy” e alla commercializzazione all’estero dei prodotti italiani.

La presenza dell’interscambio migratorio favorisce inoltre il turismo in Italia, perché ogni anno migliaia di viaggiatori provenienti dall’estero si recano in casa di parenti e amici. Nel 2009 ad esempio 71.997 viaggiatori stranieri hanno soggiornato in Italia presso le case di parenti e amici. La loro spesa in Italia durante il soggiorno in beni e servizi è quantificabile in 4122 milioni di euro, una cifra che corrisponde nel 2009 allo 0,27% del Pil italiano.
Nel 2011 possiamo quantificare i prodotti del “made in Italy” esportati nei quattro primi paesi dove sono presenti italiani all’1,6% rispetto al totale del Pil prodotto nell’anno in Italia. Continua inoltre, anche se è meno significativo del passato il flusso delle rimesse. Il mondo dell’emigrazione presenta una vivacità notevole e una grande capacità di attrazione per l’internazionalizzazione delle imprese, la promozione del turismo e la collocazione sui mercati esteri del “made in Italy”. L’Anagrafe degli italiani residenti all’estero indica che nel 2010 incidevano per il 6,8% sulla popolazione totale e che nello stesso anno le rimesse ammontavano a 478 milioni di Euro“.

Altro che Turkmenistan o Vietnam! Bisogna assolutamente evitare che il MAE sbatta le porte in faccia a questo formidabile potenziale economico costituito da:

• 5 milioni di consumatori di prodotti italiani;

• 5 milioni d’italiani tra cui innumerevoli operatori commerciali in quotidiano contatto con i produttori italiani;

• 5 milioni di cittadini italiani all’estero, tra cui numerosissimi ricercatori scientifici in perenne contatto con università e istituti di ricerca italiani;

• 5 milioni di contribuenti proprietari d’immobili sul territorio italiano, la cui manutenzione crea quotidiano lavoro.

Anche questo deve essere il nostro Vietnam economico. Anche questa può essere la nostra Cina, e a questo fattore positivo della nostra economia non si possono voltare le spalle, chiudendogli in faccia i servizi istituzionali, servizi che peraltro possono essere resi addirittura più agevoli, risparmiando!

Dove si rende necessario chiudere un Consolato generale, che venga aperta un’Agenzia o uno Sportello consolare in grado di accogliere e soddisfare le richieste dei contribuenti!
La chiusura di una rappresentanza è accettabile solo se sostituita da una presenza alternativa stabile, snella e a basso costo.

ll concetto “del funzionario itinerante” è dannoso all’immagine del nostro Paese che non può più permettersi scenari da “neorealismo italiano”con protagonista il grigio impiegato col banchetto adagiato in un corridoio di una missione cattolica o di un patronato, che compila formulari per gli emigrati in fila.

I costi settimanali di una missione da affidare al“funzionario itinerante” supererebbero addirittura quelli dell’affitto di un Ufficio che ospita tre o quattro impiegati stabili, costituenti uno sportello consolare.

Un esempio valga per tutti: i connazionali sono stati grati al MAE che ha voluto attuare in Germania la strategia delle unità leggere a sostituzione dei consolati a Norimberga e a Saarbrücken. 

Gli stessi connazionali non capiscono ora perché, visti gli eccellenti risultati, il MAE non voglia applicare a tutta la Rete l’ottima alternativa alla chiusura di una sede consolare, invece di piegarsi a chiari interessi corporativi che ancora una volta urtano clamorosamente contro quelli della Nazione.

Gentili parlamentari, Vi saremmo grati, se nel corso delle prossime audizioni su questa tematica nonche’ della discussione dell’11 febbraio prossimo, vorrete tenere conto anche di questo nostro punto di vista, quale contributo alle svariate antitesi formulate a contrasto delle tesi già presentate dal MAE in sede parlamentare.


Roma, 3 febbraio 2014

Iris Lauriola

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